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chiesa evangelica peschiera La vita è bella Ridere per non urlare Un Auschwitz rivisitato sotto l'angolo dell'ironia.
Una controversa fiaba cinematografica. Guido è un burlone delirante.
Tutto inizia in una franca ilarità. Ilarità talmente
dinamica che Guido non capisce subito che gli atteggiamenti razzisti
e le vessazioni che si amplificano in una Italia fascista sono il
preludio di una tormenta che si trascinerà via il suo piccolo
commercio
e poi tutta la sua famiglia. Perché Guido è
Ebreo. Padre e figlio sono deportati, la madre anche, in un'altra
sezione dello stesso campo di concentramento. L'essenza della storia
consiste nel mostrare questo padre che dispiega tutto il suo talento
di truccatore verbale per camuffare l'orrore agli occhi di suo figlio,
e farlo sembrare un divertentissimo gioco. Si sfiora la catastrofe
ad ogni istante, ma questa e sviata dal piccolo Giosué da un'astuzia
che gli salverà la vita, o con una enorme menzogna che lo proteggerà
dal panico. Guido eroico maestro di affabulazione? "La vita è bella" ha fatto molto
ridere, ma non era né derisorio, né, alla fin fine,
buffo. C'era invece una grande tenerezza in quel padre a volte vicino
allo scoraggiamento perché non aveva più la parlantina
per travestire l'atrocità. Era sconvolgente, e ridava vitalità
alla rivolta contro i neofascismi che inquinano la politica dei nostri
paesi. Aggiungiamo, ed è importante, che nel film gli sterminatori
erano ridicolizzati. "L'uomo soffre così tanto cha ha dovuto
inventare il ridere" scrisse Nietzsche. Il ridere di Benigni
non è quello di tanti altri comici. Benigni è un comico
tragico. "La vita è bella" pur proponendo
una versione light dei campi di concentramento, non era una
"macchina per dimenticare". Benigni non cancellava
i tanti stermini come la shoah. Il ridere non è amnesia. Il ridere è, in simili terribili situazioni, la sola alternativa all'urlo di rabbia. Quando si è sul punto di scoppiare, il ridere può essere il veicolo di una nobile rivolta contro il male assoluto.
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