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La violenza e la vita

La violenza occupa molto posto nella nostra quotidianità. Infatti la stampa, la televisione, il cinema rivaleggiano in sforzi e ingegno per farci vivere "in diretta" i fatti sensazionali raccolti ai quattro angoli del globo. Non ci viene risparmiato nulla, i corpi squarciati dalle bombe, la morte a colpi di machete, le carneficine, gli incendi di auto, le lamiere contorte di aerei abbattuti e le facce disfatte dall'angoscia. Alcuni registi si sono anche specializzati nella ricostruzione dell'orribile puntualmente amplificato da grida e esplosioni. Tutto ciò significa che la violenza è cosa nuova e solamente culturale?

In altri tempi, quando i mezzi di comunicazione erano più modesti, gli uomini nutrivano la loro curiosità con lo spettacolo di violenze locali e di racconti impressionanti. Quando la violenza era la caratteristica degli eroi, essa era grande e ammirevole. Quando era l'opera di uomini ordinari, essa veniva affrontata con il patibolo o con crudeltà più o meno codificate. C'erano degli spettatori, anche se alcuni sentivano il dovere di manifestare una forte indignazione. Esisteva dunque una scala implicita di violenza, che era coerente con una concezione ordinata e rassicurante della società (ciò costituisce l'obiettivo ordinario delle regole cosiddette morali).
Oggi, la violenza si è laicizzata e democratizzata. Essa à diventata spettacolo dettagliato, commentato e spiegato. Essa riempie le nostre orecchie del suo rumore inquietante. Visto che non c'è più nessuna difficoltà a vedere e nessun ostacolo a sapere, perché ci sarebbe un inconveniente a fare? Così la violenza si è poco a poco iscritta nel corso normale della vita come espressione di collera, segno di disaccordo o più semplicemente affermazione di sé. Siamo in presenza di una nuova cultura dove la violenza dei vecchi tempi è diventata generalizzata, banale e molto democratica. Certo le leggi e le istanze sociali specifiche, cioè la giustizia e la polizia, si oppongono ancora, ufficialmente, alle sue esagerazioni, ma con una sorta di fatalismo disperato, come ci si oppone ad un flagello naturale o ad una epidemia.

Alle radici della violenza

La violenza è all'origine dell'indispensabile pulsione di sopravvivenza e di gestione dell'ambiente. Il neonato già la possiede in modo confuso e con dei mezzi d'azione fortunatamente molto limitati: le sue collere sono terribili! Ma molto presto l'abbraccio della madre e la dolcezza del suo seno calmano la tempesta e insegnano una via d'uscita. Le sue braccia, il suo contatto e la sua voce gli offrono un contenimento e dei limiti che poco a poco organizzano e civilizzano la violenza. Successivamente, contemporaneamente allo sviluppo del linguaggio, la presenza e la parola del padre permettono di trasformare in legge l'ordine primitivo abbozzato fin dal grembo materno. Certo se ognuno svolge il suo ruolo al momento giusto…
In assenza dell'esperienza iniziale della tenerezza di una madre (una madre sufficientemente buona), diventa problematico accedere ad una socializzazione soddisfacente. Ai limiti estremi, la violenza originaria sfocia in quella aberrazione mostruosa (perversione) di essere rimasta modo di relazione e di espressione, come anche unico vettore di piacere. Oppure, male minore, i limiti possono ancora essere ricercati in modo confuso nei contatti con il poliziotto o entro le mura chiuse di una istituzione. Forse allora un lavoro di ricostruzione sarà possibile… Le leggi della società non possono dunque sostituirsi alle regole elaborate all'inizio della vita. Esse non possono fare altro che prolungare e consolidare ciò che era già abbozzato.
Ma la legge così costruita e generalizzata possiede ancora molte debolezze se essa non ottiene l'adesione totale della persona. In effetti il bambino - e in seguito l'adulto - preferisce, se possibile, la propria legge e il suo piacere a qualsiasi costrizione. Egli ha dunque bisogno di cambiare ancora le sue disposizioni interiori per aderire a questa legge migliore, la legge organizzatrice nata d'altrove, vale a dire, in fin dei conti, quella del Creatore.

Per un cambiamento di comportamento

Qual è il contributo del messaggio cristiano basato sul Vangelo? Non si tratta di negare un istinto evidente, inerente alla natura umana, o di pensare di opporvisi in blocco, ciò che sarebbe completamente irrealistico, ma di ben situare quell'istinto sia a livello individuale che nelle relazioni interpersonali. Allora subentra la questione della disposizione interiore e dell'educazione. Alcuni penseranno che questo sia soltanto un discorso in più, anche se pieno di buone intenzioni.
Il pensiero cristiano autentico è più di questo. Se esso fosse soltanto una collezione di raccomandazioni e di comandamenti, come ne sono esistiti di eccellenti, per esempio il Decalogo, esso avrebbe ancora la debolezza di essere esterno all'individuo che rifiuta ciò che contrasta il suo desiderio e il suo piacere. Fin tanto che il pensiero cristiano è esterno, esso rimane inefficace. Questo è la constatazione dell'apostolo Paolo in una sua lettera ai cristiani di Roma: "la legge è resa senza forza dalla natura umana" (La Bibbia, lettera ai Romani 8.3). Dunque, bisogna sottolinearlo, non si tratta solo di precetti da applicare, ma del fatto che in ogni discepolo sottomesso senza riserve all'autorità di Cristo si operano gli effetti di un cambiamento radicale di disposizione interiore. Lo Spirito stesso di Gesù, disposizione nuova, viene ad abitare nel credente (La Bibbia, evangelo di Giovanni 15.5).
In una società nella quale la violenza viene considerata come un modo di vivere, con i suoi paladini, le sue inchieste e i suoi dibattiti, al punto di costituire una nuova cultura, quale può essere un atteggiamento cristiano pratico e costruttivo? Esso conduce prima di tutto a ricusare i modelli e i discorsi in voga, e a perseverare poi nella nuova via aperta, quella dell'Evangelo, in particolare l'insegnamento stesso di Gesù conosciuto sotto il nome di "Sermone sul monte" (La Bibbia, evangelo di Matteo 5.1ss). Come il buon senso lo suggerisce, l'atteggiamento cristiano consiste prima di tutto a non sottomettersi al bagno quotidiano di una informazione orchestrata e non disinteressata, al contrappunto pubblicitario delle molteplici immagini di felicità materiale immediata promessa ad ogni consumatore convinto. Come lo faceva notare in tempi passati Huxley nel Migliore dei mondi: l'eccitazione continua viene confusa con il desiderio, e il possedere con la felicità. Questo è il primo grossolano tranello da evitare.
Già nell'antica Roma i primi cristiani si vedevano offrire, fra altri molteplici godimenti, gli spettacoli del circo e la loro violenza sapientemente organizzata. Il motto ufficiale dei governanti era molto semplice: "Panem et circenses", del pane e dei giochi nel circo! L'apostolo Paolo scriveva a quei primi cristiani: "Non conformatevi al presente secolo, ma siate trasformati da una intelligenza rinnovata affinché sappiate capire qual è la volontà di Dio, ciò che è buono, gradevole e perfetto" (La Bibbia, lettera ai Romani 12.2).

Quel messaggio venuto da lontano, senza reporter e televisione, non riguarda forse anche la nostra devozione quotidiana all'immagine, che ci familiarizza involontariamente allo spettacolo della violenza?…

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