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Psicanalisi e/o cura pastorale

LA LUNGA CONTROVERSIA FRA SIGMUND FREUD
E IL PASTORE OSKAR PFISTER


Qual è il rapporto fra la religione e le nevrosi, fra la psicanalisi e il lavoro pastorale nella lotta per il ristabilimento del bene? Domande essenziali ancora oggi…
Michel Baron è psicanalista, e si è interessato alla corrispondenza avuta da Freud, dal 1909 al 1939, con il suo amico il pastore Oskar Pfister, di Zurigo (1).
Non era frequente, nella bella epoca, incontrare un pastore aperto alle nuove teorie del medico viennese. Come ha potuto Pfister conciliare la sua vocazione pastorale con una pratica psicanalitica? Quale influenza ha esercitato su Freud? Cosa viene fuori, alla fine, da questo confronto fra l’uomo di fede e colui che è stato accusato di scientismo? La controversia è sempre attuale.


Qual è, secondo Lei, l’interesse di una tale corrispondenza?

Questa corrispondenza tra Freud e Pfister è importante perché da una parte avviene all’origine della psicanalisi e dall’altra solleva una questione che non è mai stata totalmente risolta dalla psicanalisi, quella del rapporto tra la psicanalisi e la fede. Per Freud, la psicanalisi non è portatrice di un senso filosofico. Per lui non c’è ciò che nel linguaggio degli specialisti viene chiamata una weltanschauung (2) della psicanalisi. Il pastore Pfister giocherà a questo riguardo un ruolo determinante presso il medico viennese.

Alla lettura di questa corrispondenza, si ha nettamente l’impressione che questo pastore sia stato una specie di pungolo per Freud. Desiderava utilizzare lo strumento analitico per coloro dei quali aveva il carico dell’anima, e da lì è nata ciò che possiamo chiamare una polemica amichevole. Potrebbe spiegare su che cosa porta la tensione tra Freud e il pastore Pfister?

Bisogna prima di tutto sottolineare la grande amicizia che li univa. Nella sua celebre biografia, Ernesto Jones scrive al riguardo: “Freud aveva per lui una vera passione. Ammirava le sue abitudini altamente morali, il suo generoso altruismo, così come il suo ottimismo riguardante la natura umana”. Freud avrebbe sempre avuto bisogno di un certo numero di persone che fossero il suo contrario e con le quali manterrà una relazione di amicizia. Pfister è stato quest’uomo-risorsa sul quale potrà contare e che d’altronde non lo tradirà mai, neanche nel momento delle due grandi scissioni con Adler e Jung. Evidentemente le cose si complicano perché Pfister non è disposto neppure per un istante a rinunciare alla sua fede e al suo lavoro di pastore (3). Egli ha sempre tenuto al fatto che il suo titolo di pastore sia riconosciuto e mantenuto dappertutto, compresi gli ambienti analitici. Questo mette Freud a disagio, perché si trova nel pieno del periodo di creazione della psicanalisi. Certo, egli ha bisogno di gente “dell’esterno”, di ambienti non ebraici in modo particolare, e i primi a rispondere al suo appello saranno dei protestanti, dei quali Pfister. Perché Freud ha bisogno di cautelarsi, visto l’ambiente austriaco straordinariamente antisemita. Non doveva succedere che si dicesse che la psicanalisi fosse una scienza ebraica, una idea che appunto si stava diffondendo. D’altronde, durante la guerra, e anche nel momento dell’ascesa del nazismo, Pfister avrà delle posizioni molto coraggiose. Si è molto compromesso per denunciare ciò che riteneva essere una barbarie e un ritorno al paganesimo. Freud tiene dunque molto al fatto che delle persone di orizzonti diversi si aggreghino al suo progetto, perché per lui, fin dall’inizio, la psicanalisi è una scienza; non è per niente una religione o una filosofia. Svolgerà questo combattimento per tutta la sua vita. Pfister è benvenuto, ma da un’altra parte incomincia a porre un problema visto che, per lui, non vi può essere scienza senza etica, e senza etica religiosa in particolare. Comunque Freud avrà molto bisogno del suo aiuto indefettibile, perché non si farà solo degli amici. D’altronde Freud non ritiene che gli psicanalisti siano migliori degli altri! Più frequenta l’ambiente analitico, più si rende conto do avere a che fare con una “orda selvaggia”, secondo la sua espressione. Detto in altro modo, nella sua propria cerchia si trovano lotte, sete di potere, partenze, crisi. Scrive: "Che la psicanalisi non abbia reso migliori, più degni, gli analisti stessi, che non abbia contribuito alla formazione del carattere rimane per me una delusione. Avevo probabilmente torto di sperare”. Sono parole terribili. Freud mette dunque a punto questa nuova scienza che costituisce la psicanalisi, non nella speranza di rendere migliore - non si è mai fatto troppe illusioni -, ma pensando che il fatto di fermare la sofferenza permetterebbe un’apertura della persona ad una vita considerata diversamente.
Queste dispute con Pfister – nel senso nobile del termine – smuoveranno Freud profondamente e spesso lo irriteranno, ma lo interesseranno e lo rimetteranno in questione. Onesto e desideroso di essere scientifico, si lascia interpellare da Pfister, si documenta e prova a rispondere alle domande riguardanti il fenomeno religioso. Senza aderirvi, questo è chiaro. Freud si dichiara ateo. E fondamentalmente vuole rimanerlo, ma è ricettivo alla messa in causa che la religione rappresenta per lui.

Cosa pensano Freud e Pfister della religione e del suo rapporto con la psicanalisi?

Freud è esplicito: “In se stessa, la psicanalisi non è più religiosa o più irreligiosa. E’ uno strumento neutro di cui possono servirsi religiosi e laici, purché questo avvenga unicamente in vista della liberazione di esseri sofferenti”. Questo è ciò che scrive a Pfister che non lo contraddice su questo punto. Ma è per un’altra ragione ancora che il pastore trova interesse per la psicanalisi. Vi vede un modo per combattere il male. Indichiamo qui i due pareri divergenti sulla questione. Per Freud, il male è l’immaginario, il modo in cui l’uomo reprime i suoi istinti. Questi creano la nevrosi in rapporto ai divieti e al super-io. Da ciò viene, alla fine, il malessere. Pfister vede le cose in un altro modo: non è il disconoscimento che crea il malessere, è il male. Di conseguenza, utilizzare la psicanalisi come uno strumento scientifico contro il male significa farne più un’arma pastorale che uno strumento scientifico. Freud l’ha capito molto bene, ma non vuole fare della psicanalisi uno strumento per il ristabilimento del bene. Bene e male non significano niente per lui. Ci sono solo esseri sofferenti che non conoscono ancora il contenuto del loro inconscio. Il problema del male per lui è legato alla funzione stessa dell’uomo. L’uomo è un essere scisso, diviso fra il corpo e il linguaggio, fra il suo bisogno di espressione totale dei suoi istinti e l’impossibilità di esprimerli (perché nel caso contrario ogni civilizzazione sparirebbe). Pfister ritiene che la psicanalisi sia essenzialmente uno strumento utile, ma non è una nuova religione, essa non è mai stata per lui una religione del transfert. Egli rimane cristiano, pastore e analista. Ciò che affascina è questa messa in gioco, da parte di tutti e due, della loro propria credenza. Nessuno dei due pretende di detenere la scienza infusa. Cercano, senza volontà di ricupero reciproco. Bisogna qui mettere in evidenza il ruolo importante giocato da Pfister. Non ha mai smesso di titillare Freud. Il suo famoso libro L’avvenire di un’illusione è il risultato della sua controversia con Pfister, il quale capovolgerà le carte scrivendo un po’ più tardi L’illusione di un avvenire !

Cosa ha voluto dimostrare Freud scrivendo "L’avvenire di un’illusione"?

La religione costituisce per l’umanità una nevrosi inguaribile e irriducibile. Egli spiega che ogni civilizzazione ne ha bisogno, anche se essa è solo un’illusione. Detto diversamente, il suo avvenire è assicurato. Il sistema stesso ha bisogno della figura paterna; ora, questa è messa in causa in ciò che viene chiamato l’Edipo, cioè nella distruzione simbolica del padre fisico. Ciò significa che in un dato momento, la colpevolezza porta ad un trasferimento in una specie di relazione al padre eterno, in genere buono, ma anche a volte punitivo; relazione estremamente forte, proiettata ed idealizzata nel cielo. Ecco la concezione di Freud sommariamente riassunta.

Bisogna anche precisare che Freud parla di religione in funzione del suo proprio humus giudaico...

Lei ha ragione di precisarlo. D’altronde Freud non aveva ricevuto dalle religioni orientali che un apporto molto marginale, ed egli ha sempre mantenuto una certa distanza. Egli rimane molto legato alla cultura giudaica e cristiana. Ebbe, da piccolo, una bambinaia cattolica che lo portava di tanto in tanto ad ascoltare la messa e gli parlava del diavolo. La sua visione della religione era tutta impregnata di peccato e di storie ritualistiche ossessive.
E’ la ragione per la quale Pfister gli fa notare che in realtà la sua valutazione non porta sulla fede cristiana che egli stesso professa(4).
Sì, è vero, Freud può difficilmente avere un’immagine favorevole del cristianesimo, tanto più che la Vienna dove risiede e molto violentemente antisemita. Ma, allo stesso tempo, egli ha anche voglia di sapere, ed è pronto a mettere in gioco il suo proprio ateismo.

Lo psicanalista che Lei è considera che la religione possa favorire la nevrosi?

Sì, ma non in modo sistematico. Ho dei pazienti che hanno la fede e nei quali le nevrosi non sono legate a questo. Si può benissimo alla fine di un’analisi trovare o ritrovare la via della fede. Come esiste una tentazione dell’ateismo, ci può essere a contrario una tentazione della fede. Resta il fatto che alcune persone nevrotiche utilizzano la religione come camuffamento di una sofferenza, come barriera ad un certo numero di cose che si potrebbero realizzare. Posso citare il caso di una religiosa uscita dal convento dopo otto anni. La sua nevrosi aveva influito molto sulla sua decisione di entrarvi. Ciò non vuol dire che alla fine della sua analisi ella perderà la fede: al contrario, ne verrà fuori con una fede depurata. In modo un po’ caricaturale, potrei dire per esempio che non mischierà più la sua relazione ad un padre mancante con la sua relazione al padre divino. Ma per Freud, se una persona svincolata dal peso della sua nevrosi prende un’opzione religiosa è perché sublima le sue tendenze. Per Pfister ella ha ritrovato la via della fede! Freud non prende a male questo processo che porta alla sublimazione. Non dice che l’analisi sarebbe fallita dal momento in cui qualcuno avrebbe voglia di prendere un orientamento religioso. Egli considera che il paziente con la sublimazione trasforma la sua nevrosi personale in nevrosi collettiva. Si è sbarazzato dei suoi dolorosi problemi legati all’infanzia: c’è un miglioramento riguardo alla sofferenza di prima, ma la sua opzione religiosa è solo un’illusione che si perpetua in una felicità tutta relativa. Il pastore interviene qui per dire in sostanza: No, la religione non è una nevrosi; Dio esiste, ed Egli può anche servire da bilanciere nel processo analitico. Vale a dire che l’idea stessa di Dio può aiutare il paziente a venirne fuori. Per i suoi pazienti-parrocchiani, Pfister aveva messo a punto una specie di negoziazione con la fede. Per evitare – almeno in teoria - il grande momento depressivo che la nevrosi messa a nudo rischia di fare emergere, egli continuava ad utilizzare il suo ruolo di pastore. Freud è intervenuto anche su questo per affermare che lo psicanalista non ha il diritto di orientare la sua cura. La controversia con Pfister portava dunque anche su quella necessaria buona distanza che deve mantenere l’analista. Il pastore avrebbe potuto aprire uno studio nel quale avrebbe lavorato come analista. Eppure no, fondamentalmente Pfister ha voluto essere tutt’e due allo stesso tempo.

La grazia di Dio occupa evidentemente un posto centrale, e a questo proposito il pastore Pfister scrive a Freud: “Non vi è in ogni grazia ed in ogni perdono un’azione analitica?” Qual è la risposta?

Freud non poteva essere d’accordo su questo punto particolare, perché appunto l’analista non deve svolgere un ruolo di confessore. Secondo lui, la sola persona che possa perdonare è il paziente stesso, altrimenti si produce un perpetuo transfert, è ciò che Freud chiama “l’analisi interminabile”. Vale a dire che se il paziente non riesce a perdonarsi o in ogni caso ad assumere un certo numero di “sbagli”, egli andrà regolarmente in consultazione come si va da un confessore dal quale si aspetta il perdono. Detto in altro modo, ricreerà uno stato infantile, et per una durata indeterminata penserà di confessarsi al padre o alla madre a seconda del sesso dell’analista. Ora, la libertà del soggetto esige che l’analista lo lasci andare. Il perdono che gli verrebbe accordato nell’ambito di un’analisi lo aiuterebbe solo momentaneamente, perché la nevrosi o il problema stesso non verrebbero risolti… visto che il soggetto non avrebbe veramente perdonato se stesso!

Ma il perdono di Dio non permette di perdonare se stessi?

Siamo lì nel pieno della questione. Freud dice: il paziente si rivolge all’analista come se dietro di lui ci fosse qualcun altro. Di conseguenza, il paziente prende per intermediario il pastore/analista che è Pfister. Ora, secondo Freud, il ruolo dell’analista consiste nel dirgli: io ti ascolto, ma dietro di me non c’è nessuno. Io stesso non ti darò il perdono o l’assoluzione, perché ci sei solo tu che possa andare avanti.

Il paziente viene dunque rinviato a se stesso.

Assolutamente, e nell’ambito stretto dell’analisi, viene anche rimandato alla frustrazione di non avere perdono. Pfister, per contro, rientra nella dialettica che fa dell’uomo di Dio un mediatore, l’indispensabile collegamento tra il fedele che consulta e la potenza che perdona. Ora, per Freud, il Dio Completamente Altro non esiste, più precisamente è solo un’illusione, e se l’analista entra nel gioco dell’illusione non fa altro che assoggettare il soggetto, non lo libera. E questo uno degli aspetti sui quali non possono assolutamente essere d’accordo. L’uno e l’altro non transigono mai, ed ognuno rimane fermo sulla sua posizione. D’altronde come poteva essere altrimenti? Anche se Pfister fosse stato un’analista nel senso stretto del termine, rimane il fatto che per lui Qualcun’altro è presente durante la consultazione. La relazione si realizza allora a tre: Dio, l’analista e il paziente. Gli analisti atei non vedono nessuno dietro di loro, se non l’illusione di un padre superiore. Pfister afferma subito l’esistenza di Dio, dunque non lascia al soggetto la scelta della conclusione! Ora, la questione si pone in tutta legittimità: una volta sbarazzato dei miei problemi, continuerò a credere in Dio? E molto possibile, ma forse la risposta sarà negativa. Ora, se il mio pastore/analista mi fa capire che mi ascolta come se fossi nel confessionale, questo cambia tutto. Questa questione del “tre” si risolve più facilmente per un lacaniano visto che Lacan aveva predisposto questa idea dell’aldilà dell’analista. Freud aveva ammesso in teoria che l’immagine stessa del padre immaginario era presente. Ma aveva precisato che in realtà siamo solo in due nell’analisi. Certamente altre persone estranee alla consultazione sono “presenti”: il padre, la madre, i fratelli e le sorelle, gli amici, ecc., ma questo è dell’ordine della dimensione orizzontale. Lacan è ritornato su questa questione affermando che c’è effettivamente qualcosa del tre che si inserisce, dal momento in cui la persona entra in relazione con l’analista, e questo funziona veramente nel processo analitico. E Pfister, da parte sua, inserisce subito l’analisi in un modo verticale.

Si vede bene qui la voragine che li separa, non è vero?

Infatti. Per Freud la religione e la fede sono dell’ordine della psyche. Fuori dal cervello non c’è salvezza – d’altronde questo gli è valsa l’accusa di scientismo. Pfister al contrario pensa che c’è una realtà divina che si iscrive al di fuori dei meccanismi umani fatti di tensioni e di transferts, ecc. Il medico viennese afferma che tutto succede al livello interiore, e dunque le espressioni della religione, e di conseguenza Dio stesso, non sono altro che delle rappresentazioni interiori.

Le pare che la sfida del pastore Pfister; che voleva essere allo stesso tempo pastore e analista, abbia tenuto?

Egli non ha tradito la sua missione di analista nel senso che ha messo a punto ciò che verrà chiamata più tardi la psicanalisi applicata. Aldilà della cura tipo intorno alla quale Freud aveva elaborato tutta la sua teoria, la psicanalisi si evolverà nel corso degli anni. Ciò significa che si vedranno degli analisti interessarsi ai gruppi sociali, alla psicosomatica, ma anche all’infanzia, come Pfister e Anna, la figlia di Freud. E’ vero che Pfister non ha giocato un puro ruolo di analista secondo la concezione freudiana del divano e della cura tipo. Non poteva sdraiare i suoi parrocchiani e far loro raccontare la loro infanzia, ma se l’è cavata bene per trovare un adattamento in rapporto a questo. Pfister ha anche contribuito al fatto che venisse accordato un posto ai non medici, ciò che era molto importante per Freud. Quanto al rapporto con la fede, era evidentemente opposto al medico ateo, ma è il sollievo di un certo numero di miserie psicologiche che interessava tutti e due , e a questo riguardo andavano nella stessa direzione.

E dunque grazie a persone come Pfister che Freud ha portato avanti il suo progetto psicanalitico. Su che cosa porta l’essenziale dell’influenza del pastore zurighese?

Da buon scientista del secolo XIX che pensava circoscrivere la verità, Freud è obbligato, nel suo famoso libro L’avvenire di un’illusione, di ammettere con rabbia e interrogazione che c’è nell’uomo qualcosa che va definitivamente oltre il discernibile. Questa constatazione è, fra altre cose, il frutto del lavoro del pastore Pfister presso il suo amico Freud. L’uomo non è una specie di macchinario scientista che risponderebbe soltanto a delle pulsioni; Freud si accorge che c’è una dimensione fondamentale che sfugge a tutto, e che per il pastore dà all’essere umano un valore reale. Rimesso in causa, seccato anche, Freud alla fine conclude che la religione è una nevrosi irriducibile, ma è comunque obbligato di ammettere che non ha afferrato tutto. C’è nell’uomo ciò che non si può spiegare pienamente, e che sfugge a qualsiasi scienza. Questo costituisce uno dei grandi risultati della controversia tra Freud e Pfister.


(1) Oskar Pfister, Pasteur à Zurich (1873-1956), Psychanalise et Protestantisme, Editions du Monde Interne, 1999. Il nostro colloquio si riferisce alla raccolta Correspondance (de Freud) avec le pasteur Pfister, edita da Gallimard (collection Tell, 1966).
(2) Weltanschauung è una nozione filosofica specificamente tedesca, difficilmente traducibile. Una definizione potrebbe essere la seguente - è un riassunto di ciò che ne dice Freud: si tratta di una costruzione intellettuale (una visione delle cose) che ingloba e soprattutto risolve e spiega tutti i problemi della nostra esistenza…
(3) Michel Baron sottolinea nella sua opera: "Il suo incontro con l'opera di Freud nel 1908 sarà decisiva per lui. Egli scrive: L'interesse per la cura delle anima, è proprio questo che mi ha condotto alla psicanalisi" (Oskar Pfister, p.48).
(4) "La differenza (fra noi, scrive Pfister a Freud) riposa senza dubbio principalmente sul fatto che Lei è cresciuta nella vicinanza di forme patologiche di religione e che Lei le guarda come la religione, allorché io ho avuto la gioia di potermi rivolgere verso una forma di religione libera, che le sembra essere un cristianesimo svuotato mentre io vi scopro il nocciolo dell'evangelismo" (Pfister a Freud, Correspondance… pagina 178, lettera del 20-02-1928).

 

"Non vi è dubbio che ci sarà un ministero della cura delle anime che non apparterrà alla chiesa, e potrà anche essere non religioso…" Pfister a Freud, 1926

 

Una pratica innovatrice presso i bambini

Molto presto Pfister applicherà la psicanalisi nel suo lavoro di pastore, e questo a due livelli. Come ogni ministro di culto, durante i suoi colloqui pastorali sente un certo numero di cose che gli sembrano appartenere all’ambito dell’inconscio e della nevrosi, ciò lo spingerà ad utilizzare la psicanalisi per cercare di rispondere alla sofferenza alla quale si trova confrontato. In secondo luogo, occupandosi molto di bambini, egli sarà, in Svizzera in particolar modo, uno dei grandi pionieri della pediatria e della psicanalisi per bambini. Farà la conoscenza di Anna Freud, la figlia del medico viennese, che si interessa anche della questione. A loro due, metteranno in piedi ciò in fin dei conti Françoise Dolto praticherà più tardi. Bisogna sapere che in realtà Pfister è più noto nel movimento psicanalitico per il suo interesse per la pedagogia e il suo lavoro presso i bambini, che per le sue controversie religiose.


Pfister e Jung

Come lo psicanalista svizzero, Pfister è figlio di pastore. Suo padre muore quando aveva tre anni. Era dunque un uomo senza padre (1). Era molto più giovane di Freud, ma questa mancanza del padre lo spingerà a legarsi prima a Jung. Il problema è che non gli fa molta fiducia, lo sente confusionale, e lo scrive in altre corrispondenze. Lo psicanalista svizzero sta derivando verso una specie di “neopaganesimo” che Pfister denuncerà molto fortemente, proprio in quei termini. Gli scrive che le sue teorie non costituiscono una derivazione verso il cristianesimo alle spese della psicanalisi, ma puramente e semplicemente una deriva verso il paganesimo, ciò che è molto più pericoloso. Freud se ne rese anche conto, ha temuto questo distorsione, la sua corrispondenza con Jung ne rende testimonianza.

(1) "Per me, che ero cresciuto senza padre e avevo sofferto tutta la mia vita a causa di una educazione unilaterale e troppo indulgente, fu una meraviglia vedere la bellezza di questa vita familiare… malgrado la grandezza quasi inumana del capo famiglia (Freud)…" (Correspondance… pagina 207, lettera del 12-12-1939, Pfister alla Signora Freud).