chiesa evangelica peschiera

La non violenza:
una scelta impegnativa

La non violenza è un progetto ricco e ancorato nei vangeli, ma non deve essere maneggiato in qualsiasi modo. Nei vangeli l'amore del nemico non viene presentato come un modello di governo: si tratta di una scelta gravida di conseguenze, alla quale Gesù invita i suoi discepoli. Il modello non è quello che consiste a dire che i nostri conflitti sono soltanto dei malintesi e che, se ci spiegassimo in modo convenevole, riusciremmo ad andare d'accordo: sarebbe anche possibile, moltiplicando le mediazioni, di mettere fine a tutti i conflitti ed anche alle guerre. Riempiamo la terra di mediatori e saremo salvi!
La verità è molto diversa.
Un grande numero dei nostri conflitti sono dei conflitti d'interesse, e alla fine di estenuanti trattative forse riusciremo a chiarire ciò che costituisce il nostro disaccordo, riusciremo, nel migliore dei casi, ad arrivare ad un compromesso, ma certamente non ad un accordo. Il modello che pensa che si possa, senza sofferenze, sormontare tutti i conflitti tiene in poca considerazione il peccato, la dominazione degli uni sugli altri, gli abusi di potere e altre simpatiche cose che popolano la nostra quotidianità!

Non una ritirata

Il sermone sul monte traccia una via stretta che poche persone sono pronte a seguire (Evangelo di Matteo 7.13-14). Si tratta dunque della chiamata rivolta ad una minoranza pronta a pagare con la propria persona per seguire il suo Signore sulla difficile via che Egli ha tracciato. Questa minoranza ha anche la vocazione di essere una luce per il mondo (Evangelo di Matteo 5.14-16), ma questa è una questione che conviene esaminare solo in un secondo momento. Si sente dire talvolta che amare il proprio nemico significa disarmarlo: la non violenza sarebbe un "trucco" che funziona. Si sa però dove la non violenza praticata da Gesù lo ha portato: sulla croce. Non si può dire che i suoi nemici siano stati tanto disarmati dal suo atteggiamento. Praticare la non violenza significa essere pronti ad essere spogliati dei propri diritti, a soffrire, forse a morire. Del resto, all'interno o all'esterno del cristianesimo, gli esempi convincenti di non violenza sono sempre stati attuati da gruppi pronti a pagare con la propria persona. Le proteste portate avanti da Gandhi sono state violentemente represse e, a volte, con pallottole vere. Le manifestazioni per i diritti civili guidate da Martin Luther King sono state anch'esse ferocemente represse. Questi due leaders hanno pagato la loro scelta con la propria vita. Un giorno si pose a Gandhi l'inevitabile domanda: lei pensa che si potrebbe sconfiggere il nazismo con la non violenza?. Egli diede una risposta chiara: non senza dolore, né senza sofferenza.

Proporre e non imporre

La Riforma magisteriale (1) che si preoccupò, come lo indica il suo nome, degli stati d'animo del magistrato, agendo nel nome dello Stato, evidentemente non poteva giungere, proprio per questo, agli stessi risultati della Riforma radicale (1), che si rivolgeva a gruppi minoritari che non pretendevano imporre le loro scelte alla società.
Questa opposizione lascia aperta una tensione che è interna al Nuovo Testamento stesso. La missione della chiesa potrebbe essere quella di sviluppare delle pratiche radicali per suo proprio conto, ma essa deve, poi, proporle a titolo di luce per il mondo. Potremmo facilmente rimproverare ai gruppi della Riforma radicale, dopo che conobbero una repressione feroce, di aver praticato la strategia della "lampada sotto il secchio". Essere luce significa che la chiesa deve mettere in tensione il mondo interrogando la violenza della sue pratiche e proponendo senza stancarsi delle modalità di azione che vanno verso meno violenza. Ma queste modalità possono solo essere proposte e certamente non imposte. E' la società nel suo insieme che fa la scelta di dirigersi verso più o meno violenza.

Non violenza o vendetta spirituale

Vediamo allora a che cosa rende sensibile l'atteggiamento non violento.
La prima cosa da sottolineare è che colui che risponde alla violenza con la violenza finisce con l'assomigliare al suo aggressore: egli si iscrive in una relazione simmetrica, in un gioco degli specchi nel quale egli non si differenzia più dall'altro. La non violenza è una lotta contro la violenza ma non contro il violento. Essa innesca così una dissimmetria che può fare uscire dal circolo vizioso della vendetta perpetua.
La seconda cosa da evidenziare è che una società che si difende con la violenza riesce eventualmente a contenere il suo aggressore ma non lo convince, né lo cambia. Le guerre portano raramente a delle riconciliazioni: in genere alimentano l'odio.
Da due secoli, siamo consci di un terzo elemento: si può, attraverso il dibattito, la democrazia, la diplomazia, andare avanti nei disaccordi e raggiungere dei compromessi in modo molto più sicuro che usando la forza. Ciò presuppone, malgrado tutto, che ogni parte accetti di fare delle concessioni e non si irrigidisca nei suoi "diritti": che faccia posto alle richieste del suo nemico. Anche qui, la non violenza può indicare la via, facendo vedere ciò che può avvenire quando si accetta di aprirsi al proprio nemico.

 

(1) La Riforma magisteriale deriva dal termine magistrato. Essa supponeva che si adottasse la religione del principe e che, per esempio, si diventasse riformati se egli lo diventava. La Riforma radicale, al contrario, sottolineava la necessità di scindere ciò che dipendeva dallo Stato da ciò che dipendeva dalla coscienza personale. In questo senso è la Riforma radicale che ha inventato la democrazia moderna ed anche il concetto di laicità.