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Mousalaha

Una riconciliazione nel nome di Gesù Cristo

Negli ambienti evangelici, la discussione riguardante la questione di Israele è accanita. Per molto tempo il dibattito è stato ingabbiato da coloro che pensavano che ogni evangelico doveva e poteva solo essere un incondizionato sostenitore dello Stato d'Israele. I tempi cambiano, fra altre cose grazie ad una migliore conoscenza della comunità evangelica palestinese.
Questo testo è la trascrizione di una predicazione di Salim Mounayir, decano del Collegio Biblico di Betlemme. Salim Mounayir non affronta direttamente le questioni della comprensione e dell'interpretazione dei testi biblici riguardanti Israele. Egli parla della sua esperienza di riconciliazione, in un contesto dove l'odio alimenta l'odio da oltre sessant'anni.

L'avventura di "Mousalaha" ("riconciliazione" in arabo) cominciò quando uno dei miei studenti del Collegio biblico di Betlemme mi fece questa domanda: "Quando rientro a casa mia dopo le lezioni, mi disse, devo attraversare il posto di blocco e i soldati israeliani mi maltrattano. Ho 19 anni, la loro stessa età. Se deponessero l'uniforme e il loro fucile, potrei dar loro una lezione di judo". La sua dignità era violentata ed egli era umiliato. Aggiunse: "Io sono cristiano… Cosa farebbe Gesù al mio posto, quando devo passare attraverso questa umiliazione 2 o 3 volte al giorno?" Continuò con altre domande: "Quando arrivo a casa, incontro dei giovani che parlano della loro situazione: anche loro devono passare questi posti di blocco, non possono lasciare la loro cittadina e la loro vita è difficile. Mi hanno raccontato che non tanto tempo fa, dei coloni si sono appropriati di un terreno del loro villaggio. Vogliono costruirvi una colonia ebraica. Mi hanno detto: 'Dobbiamo organizzarci. Dobbiamo manifestare nelle strade e lanciare pietre contro i soldati'. Posso solo immedesimarmi, aggiunse il mio studente. La nostra situazione peggiora di giorno in giorno, ma ho paura di andare contro la mia etica cristiana, se mi ritrovo trascinato nella violenza. Se rifiuto di unirmi a loro, sarò considerato un traditore. Cosa farebbe Gesù al mio posto?"
La cosa incomincia a complicarsi… Non è più così semplice! Quello studente continuò: "Cosa facciamo qui al Collegio biblico?" Risposi: "Studiamo la Bibbia." "Ma di quale popolo la Bibbia parla di più?", mi chiese. "Del popolo ebraico", gli risposi. "Non ho voglia di imparare niente riguardante il popolo che ci infligge tante sofferenze", replicò.

Palestinesi e portatori di un altro sguardo

I cristiani palestinesi si trovano in una situazione unica ed eccezionale. Voi cristiani occidentali, conoscete bene la relazione fra ebrei e cristiani nei vostri paesi. Vi avvicinate al Medio Oriente con nell'animo l'epoca della Bibbia e il tempo "romantico" nel quale Davide uccise Goliath, oppure pensate alla vostra visita in Israele ed in particolare a quei momenti in cui la Bibbia è diventata vivente per voi grazie a quel soggiorno nel contesto in cui venne scritta. Quando pensate alla nostra regione, pensate ai trattamenti inflitti agli ebrei in Europa durante la Seconda Guerra mondiale o allora considerate che, come alcuni credono, ciò che oggi avviene nella vita dei palestinesi sia il compimento delle profezie bibliche.
In verità, i cristiani palestinesi provengono da un tutt'altro contesto. Non hanno vissuto la dolorosa esperienza della persecuzione degli ebrei in Europa. Essi vivono nel Medio Oriente da migliaia di anni e cercano di essere coerenti con la loro fede. Ma ecco che altri cristiani vengono a visitarli e li interpellano. Più di questo! Questi cristiani affermano che tutto ciò che accade nelle nostre zone è una preparazione alla seconda venuta di Cristo. Alcuni arrivano persino ad affermare: "Dovete andarvene e lasciare il posto ai giudei". Per il mio giovane studente di 19 anni, tutto ciò pone dei problemi: "Sono un'ostacolo al ritorno di Gesù? Sono un impedimento alla salvezza del mondo? Sono uno scoglio all'instaurazione dei nuovi cieli e della nuova terra? E' veramente così?"

A mio parere, non sono soltanto i nostri studenti che devono porsi queste domande, ma i cristiani del mondo intero. La comunità cristiana palestinese, che è passata in pochi decenni dal 20% al 2% della popolazione palestinese, rappresenta la comunità cristiana più problematica della storia, ma questa comunità sta facendo l'esperienza di un risveglio. La gente viene in chiesa, non soltanto per trovare una speranza in Gesù Cristo, ma anche per incontrare il prossimo. Ed è questo che anche noi vogliamo proporre. A suo tempo, ho desiderato che quello studente potesse fare altre esperienze con gli israeliani di quelle fatte con i soldati ed i coloni. Speravo in una esperienza positiva con gli ebrei messianici, che sono nostri fratelli nella fede in Cristo. "Forse attraverso simili incontri, dicevo a me stesso, troveremo delle risposte."

Una prima conferenza

Era una buonissima idea… ma il risultato fu disastroso. Organizzammo una conferenza e riunimmo dei cristiani ebrei e palestinesi. Volevamo dimostrare al nostro popolo che noi siamo riconciliati con Dio e gli uni con gli altri, perché Gesù ha cambiato i nostri cuori. Non dobbiamo dunque, per questa ragione, essere una luce per i nostri fratelli e sorelle? Iniziammo dunque la conferenza con un bellissimo momento di lode a Dio. Dopo di questo ci dividemmo in piccoli gruppi sperando che in quei momenti di comunione più intima ognuno imparasse a conoscere l'altro. Durante quel momento, due fratelli palestinesi vennero a dirmi: "Vorremmo parlarti dei tuoi amici ebrei. Sai cosa ci hanno detto? Che se noi cristiani palestinesi leggessimo più attentamente la Bibbia, ci accorgeremmo che questo paese appartiene a loro e che non è nostro! Secondo loro, ciò che stiamo vivendo è il compimento delle profezie! Se noi non accettiamo questo fatto ciò significa che abbiamo un problema con Dio!"
Era un modo originale di cominciare un processo di riconciliazione! Un po' più tardi, tre fratelli ebrei si fecero avanti. "Ecco cosa ci hanno detto i tuoi fratelli arabi: 'Voi ebrei prendete tutte le promesse rivolte ai giudei nella Bibbia, ma cosa fate delle condizioni dell'alleanza che sottolineano la necessità di essere un popolo santo e di camminare nella giustizia verso il prossimo? Dovete avere le stesse leggi per gli ebrei e i non ebrei che vivono nel paese. Dov'è Gesù in tutto questo? Tutti i versetti biblici che citate si trovano nell'Antico Testamento, ma cosa dite dell'insegnamento del Nuovo Testamento riguardo al modo di considerare la terra?"
In modo molto semplificato, è il dibattito teologico che avviene fra questi due gruppi di cristiani. Ma questo dibattito non avviene solo fra ebrei messianici e cristiani palestinesi. Lo ritroviamo sempre di più in Europa e negli Stati Uniti. Le chiese evangeliche occidentali hanno una tendenza molto favorevole verso lo Stato ebraico. Le chiese storiche - riformate o cattolica - per le quali il tema della giustizia è un tema importante, si tengono piuttosto a fianco dei palestinesi. Ci siamo tutti dimenticati che fu Dio a creare il mondo, che Dio ci ama tutti e che Gesù è morto per tutti. Per quale ragione noi che crediamo in Gesù ci troviamo così opposti gli uni agli altri?
Diciotto anni fa, Dio ci parlò attraverso alcuni versi della Bibbia dei quali abbiamo sempre di più afferrato l'importanza. Nella prima lettera di Giovanni, al capitolo 4.18-19, leggiamo: "Noi lo amiamo perché Egli ci ha amati per primo e se qualcuno dice: 'Amo Dio e che odi il suo fratello, è un bugiardo. Se qualcuno non ama suo fratello che vede non può neanche amare Dio che non vede." Il vero test di ogni spiritualità cristiana non è il tipo di lode che esprimiamo davanti a Dio. Non è neanche la conoscenza che abbiamo delle Scritture, né il montante del nostro sostegno alle missioni cristiane. E' la nostra capacità di amare i nostri fratelli e sorelle.

Scegliere la via di Gesù Cristo

Noi facciamo spesso commenti sul modo di vivere degli altri, sul loro modo di parlare, di vestirsi, di mangiare, ecc. Essi non sono soltanto diversi, forse sono anche diventati nostri nemici? Qui si trova appunto il test per il cristiano. Abbiamo due opzioni. Se ammazzano due di noi, noi ne ammazziamo quattro di loro! Così entriamo in quel circolo vizioso della difesa della nostra identità e della vendetta. Molti innocenti vengono uccisi in questo modo. Noi ne ignoriamo le ragioni e non sappiamo neanche più quando iniziò il conflitto. Seconda opzione: possiamo scegliere la via di Gesù. Questa era precisamente la sfida che avevamo dinanzi. Quei versetti della lettera di Giovanni ci dicono: "Questo vicino, questo collega, anche se non parla la tua lingua, è stato creato da Dio e Gesù lo ha segnato con il suo suggello." Se mi trovo in conflitto con lui pensando di essere io il buono e lui il cattivo, noi entriamo nella logica del noi contro di loro. Siamo anche tentati di generalizzare la situazione e di farne la ragione di una lotta fra arabi ed ebrei, fra mussulmani e cristiani… ma tutti i cristiani non sono identici. Non credono tutti esattamente la stessa cosa. E così anche per gli ebrei, come per i mussulmani. In una situazione di conflitto, si generalizza e si fanno paragoni. Vogliamo ritrovarci superiori agli altri. Questo fenomeno si chiama disumanizzazione. Noi non vediamo più l'immagine di Dio nell'altro che è stato anch'egli creato dal Signore.

La disumanizzazione del prossimo

Nella nostra cultura, abbiamo scoperto che all'età di cinque anni i bambini hanno un'idea molto chiara dei loro nemici. Essi la ricevono attraverso la scuola ed i loro genitori. Mia moglie si trovava in un parco in Israele e, vicino a lei, c'era una mamma ebrea che giocava con sua figlia. La madre ha chiesto a sua figlia di rientrare a casa ma sua figlia non voleva, finché hanno iniziato a litigare e la mamma le ha detto: "Se rimani qui al parco, gli arabi verranno a sequestrarti." L'indomani mi trovavo a Betlemme e una madre palestinese discuteva con suo figlio. Lui non voleva ascoltarla. Così hanno iniziato a litigare e la mamma gli ha detto: "Adesso vado cercare i soldati israeliani." Si può ridere di tutto questo, ma simili propositi producono un effetto disastroso sui nostri figli. Per di più, spesso passiamo dalla disumanizzazione alla demonizzazione quando usiamo la religione per giustificare il nostro atteggiamento di rigetto dell'altro. Spesso utilizziamo addirittura la Bibbia come un'arma contro gli altri.
Le persone alle quali parliamo e con le quali siamo in conflitto sono altrettanto preziose agli occhi di Dio di quanto lo siamo noi stessi. Ci dimentichiamo troppo spesso che Dio ha pagato il prezzo del riscatto per loro come per noi. Dimentichiamo troppo spesso che Dio ha fatto a loro lo stesso regalo che ha fatto a noi: il suo Spirito Santo. Possiamo ricordarci di questo? In una situazione di conflitto, è molto difficile, come lo abbiamo constatato nella nostra esperienza fra cristiani ebrei e cristiani palestinesi. Molte persone pensano che il conflitto ruota unicamente intorno alla questione dei territori. Non è solo una questione di territori. E' qualcosa di più fondamentale, è in gioco la nostra identità.

Due famiglie nella stessa casa

Vorrei illustrare l a mia affermazione con una esperienza che ho vissuto alcuni anni fa. Insegnavo in Germania e beneficiavo dei servizi di un autista tedesco. Gli chiesi cosa pensavano i tedeschi dei francesi. Mi rispose: "Non li amiamo!" Aggiunsi. "Cosa pensa che i francesi pensano di voi?" Mi rispose. "E' probabile che neanche loro ci amano!" Da una parte c'è la Francia, dall'altra la Germania. Nella nostra situazione mediorientale, abbiamo due nazioni nello stesso paese. Durante la notte ci sono tanti israeliani e tanti palestinesi che sognano che al loro risveglio non ci saranno più palestinesi, o più ebrei. Ci svegliamo e ci ricordiamo con dolore la realtà della nostra esistenza.
Il problema è che una delle due parti è più forte dell'altra. Così ci ritroviamo in due famiglie nella stessa casa, e dobbiamo condividere il salotto, la cucina e i bagni. Potete immaginarvi come sia difficile. So bene come i miei quattro ragazzi si disputano per essere il primo ad entrare in bagno alla mattina! Immaginate cosa può essere fra gente che non si vuole bene. Decidono di costruire un muro. Il più potente dei due dice: "Non voglio più vederli. Mettiamoli da parte!" Ma di fatto, l'altra famiglia è sempre lì. Potete chiudere i vostri occhi, ma loro continuano a condividere il vostro stesso territorio.
La nostra identità viene anche influenzata dalla nostra storia e dalle scelte fatte. Queste scelte hanno fatto sì che sviluppassimo un'atteggiamento da vittime. Dopo la Shoah, gli ebrei ricevettero dall'Occidente l'autorizzazione di creare lo Stato d'Israele. I palestinesi dicono: "Gli europei hanno ucciso gli ebrei e siamo noi a pagarne il prezzo!" A cosa porta tutto questo? Ad una visione fatalista. Dalla parte israeliana si afferma: "Non avremo mai pace con gli arabi!" Dalla parte palestinese si dice: "Non ci sarà mai pace con gli ebrei finché non si saranno impadroniti di tutto il territorio!" E nessuno cerca di contribuire alla pace. "Perché siamo vittime, firmiamo degli accordi di pace. Concediamo loro un territorio però questo a loro non basta", dicono gli israeliani. I palestinesi rispondono: "Abbiamo firmato degli accordi di pace ci hanno restituito dei territori, ma loro continuano a costruire delle colonie. Dicono una cosa e ne fanno un'altra!" In pratica, ognuno sviluppa un'atteggiamento di indifferenza verso le cose terribili inflitte agli altri.

L'importanza di un lavoro sulla memoria

In una ricerca di riconciliazione, lavorare sulla memoria e sui ricordi è molto importante. Provate ad immaginare che incontrate qualcuno che non avete rivisto da tanti anni. Questa persona vi ha ferito. Alla sua vista, tutte le vostre emozioni ritornano in superficie. Pensavate che avevate risolto il problema e che l'avevate perdonata, ma ad un tratto provate qualcosa di molto forte contro questa persona.
Nella Bibbia il tema della memoria è molto importante. Quando i figli d'Israele uscirono dall'Egitto, Dio non chiese loro di ricordarsi del modo in cui gli egiziani li avevano trattati e di come li avevano ridotti in schiavitù. Dio invece disse a Israele: "Sono stato io a salvarvi. Io sono venuto per liberarvi. Quando sarete arrivati nella terra promessa, ricordatevi che siete stati degli stranieri e una minoranza in Egitto. Quando avrete la potenza degli egiziani ed il loro potere militare, non comportatevi come loro!"
La cosa più importante che Dio ha riportato alla nostra memoria, è la croce di Gesù. Tramite la croce, Dio ci chiama ad identificarci con i popoli perduti. Tramite la croce, Dio ci chiama a simpatizzare con la sorte dei poveri, degli stranieri, dei rifugiati, degli schiavi. "Ricordatevi che siete stati stranieri in Egitto." Ma allo stesso tempo, su quella croce, Gesù ci ricorda che per risolvere i conflitti che abbiamo con i nostri nemici Egli ha fatto qualcosa di importante per i nostri nemici. Egli è morto per loro come per noi.

Il deserto per liberare la memoria

Come possiamo lavorare sulla memoria sui ricordi dei cristiani palestinesi e degli israeliani? Come possiamo unirli? La nostra risposta fu: portarli nel deserto. La prima volta che lo facemmo, negli anni '90, quindici palestinesi, fra i quali alcuni erano stati implicati in atti di violenza, e quindici israeliani, fra i quali alcuni erano stati soldati nell'esercito, vennero con noi. Ci volettero alcuni mesi per convincerli a partecipare a questa esperienza.
Dicemmo loro: "Non siamo d'accordo praticamente su nulla, ma possiamo metterci d'accordo su una cosa: Gesù Cristo é il nostro Signore! Se accettate questo dovreste essere capaci di incontrare i vostri fratelli e sorelle." Decidemmo di partire nel deserto, lontano dalle città e dai conflitti. Passammo la prima giornata in una tenda di beduini. Leggemmo la Bibbia e adorammo il Signore. In quel deserto facemmo ogni sorta di gioco per rompere il ghiaccio. Ma la cosa non funzionava… Arrivata la sera, gli israeliani si tenevano da una parte e i palestinesi dall'altra. Il mio collega ebreo ed io stesso ci mettemmo a dormire nel bel mezzo della tenda uno accanto all'altro, senza risultato! Cosa dovevamo fare?
Il proprietario della tenda aveva dei cammelli. Ci venne l'idea di mettere due persone su ogni cammello, une ebreo e un palestinese. Consegnammo loro cibo e acqua per fare un'escursione nel deserto. Ci vollero alcune ore per convincerli a mettersi in due su ogni cammello. La sera cenammo insieme, ognuno condivise le esperienze dei nostri antenati che hanno ucciso o si sono fatti uccidere dagli antenati dell'altro. Questo tentativo di discussione non significava che erano d'accordo sull'analisi della situazione, ma almeno cercavano di capire.
Dopo questo primo giorno nel deserto, erano diventati amici. Nel deserto, ogni squilibrio di potere sparisce e ognuno si ritrova su un terreno di uguaglianza. Il deserto è un luogo di prova per la fede e per la vita. E' un luogo dove Dio condusse una minoranza di schiavi per insegnare loro la libertà. E' un posto che fa paura dove non è appropriato tenere un discorso del tipo "loro e noi…" Per sopravvivere bisogna tirare sulla stessa corda. Si capisce a che punto è grande, il deserto, e quanto noi siamo piccoli.

Un impatto sul nostro ambiente

Il deserto divenne dunque il luogo dove imparammo a costruire delle relazioni nuove e dove vedemmo un impatto sulle persone intorno a noi. Un esempio: un giorno eravamo sopra una montagna in Galilea e la sera, intorno al fuoco, lodammo Dio in arabo e in ebraico. Ad un tratto sentimmo dei rumori. Apparve un gruppo di soldati israeliani. Ci dissero: "Abbiamo sentito parlare in arabo e in ebraico. Cosa succede qui?" Spiegammo loro chi eravamo e passarono la serata con noi per imparare a conoscere un po' il nostro Dio.
Un'altra volta ci trovavamo nel deserto del Sinai. Il capo della compagnia egiziana responsabile dell'infrastruttura venne a parlarci dopo due giorni. Ci chiedevamo se ci fossero dei problemi. Egli voleva semplicemente dirci che, quando chiedemmo di essere ospitati, erano molto reticenti. "Volevamo che teneste per voi i vostri problemi di ebrei e palestinesi. Non volevamo ritrovarceli qui nel deserto. E' già abbastanza duro vivere qui senza che ci portiate i vostri problemi! Ma ciò che succede è strano. Non si capisce più chi è israeliano e chi è palestinese. Pensavamo che sareste stati in conflitto per tutto il vostro soggiorno qui, ma le vostre relazioni sembrano buone. Com'è possibile?" Abbiamo così potuto parlargli del Signore…
La stessa cosa avvenne l'anno scorso nel deserto della Giordania. L'ultimo giorno del nostro viaggio, siamo saliti fino ad una riserva naturale e, a fianco a noi, c'erano delle tende di giordani mussulmani. La sera abbiamo preso insieme la cena del Signore. Allora abbiamo iniziato ad adorare Dio in ebraico e in arabo. Loro sono venuti ad ascoltare. Poi abbiamo passato del tempo a confessare i nostri peccati. Un pastore israeliano si è alzato. Ha detto che durante la guerra contro l'Egitto aveva ucciso un egiziano. Da allora si era convertito. Sapeva che Gesù l'aveva perdonato, ma diceva: "Ho bisogno delle preghiere dei miei fratelli palestinesi!" Poi un pastore palestinese si è alzato. Ha detto: "Sono venuto a questi incontri di riconciliazione con i nostri fratelli e sorelle, ma non li invito a casa mia, Ho bisogno delle vostre preghiere perché sono un ipocrita." A fianco a me c'era un uomo che era rimasto molto calmo e molto in parte per tutto il nostro ritiro. Si è alzato e ha detto: "Vorrei dirvi qualcosa: sono cinque anni che non sopporto di sentire la lingua araba, perché ho perso un figlio durante la guerra del Libano ed ecco che sono da cinque giorni con dei fratelli palestinesi in mezzo a questo deserto. Ho trovato la pace e la liberazione dal mio dolore. Per favore pregate per me!" Un altro palestinese si è alzato: "Mio zio è stato ucciso dagli israeliani. Ho anche io bisogno delle vostre preghiere." Ci siamo dunque messi a pregare e abbiamo notato che i giordani che erano vicino a noi si erano aggregati al gruppo e, alla fine della condivisione del pane e del vino, hanno detto: "Cosa succede qui? Non avremmo potuto immaginare dei palestinesi che chiedono perdono a degli israeliani e che questi chiedano perdono ai palestinesi. Chi siete?" Spiegammo loro che Gesù aveva provocato questo nei nostri cuori.

Solo un atto divino può fondare la riconciliazione

Alla fine della sua vita Gesù pregò: "Ti chiedo che siano uno. Come tu, Padre, sei in me e come io sono in te, che siano uno in noi affinché il mondo creda che sei tu che mi hai inviato" (evangelo di Giovanni 17.21). Gesù stava attraversando il periodo più intenso della sua vita. Sapeva che lo avrebbero crocifisso. Egli pregava per se stesso, per i suoi discepoli e poi ha pregato per noi. Ha pregato per coloro che non hanno visto ciò che Egli ha fatto. Ha pregato anche per noi che abbiamo soltanto sentito ciò che è successo, affinché possiamo credere in Lui e diventare uno come Lui e il Padre sono uno, affinché il mondo creda che Egli è stato mandato dal Padre.
Per i mussulmani, Gesù è soltanto un profeta. Per alcuni ebrei, è un buon maestro, ma noi sappiamo che Gesù è molto più di questo! In realtà, solo un atto divino può portare alla riconciliazione. Non è in nostro potere. Gesù è venuto. Egli ci ha riconciliati con il Padre e ci ha fatti diventare uno. Non soltanto tramite un qualsiasi atto attraverso il quale ci mette insieme e nel quale noi possiamo provare delle buone sensazioni gli uni verso gli altri, ma tramite un atto divino: il dono della sua propria vita per noi. Il mondo intorno a noi è affamato di giustizia. Noi possiamo essere una potente dimostrazione di questa giustizia divina quando ci amiamo gli uni gli altri malgrado le nostre difficoltà, malgrado le nostre differenze linguistiche, etniche. Ciò può succedere! Noialtri ebrei messianici e cristiani palestinesi lo facciamo in un modo limitato. Ma le grandi cose avvengono in modo semplice e piccolo. Quando è notte, una piccola luce basta per illuminare tutt'intorno.

Tutti davanti ad una scelta

Questa realtà del lavoro di riconciliazione non è necessaria soltanto per noi in Palestina e Israele. E' valida anche per voi. Ognuno è messo davanti ad una scelta: tenersi i propri rimproveri, avere un atteggiamento di vittima, autorizzarsi a dire del male degli altri che non amiamo o che ci hanno fatto del male. Questa scelta, la ritroviamo in tutte le nostre sfere di attività: al lavoro, nella famiglia, con i nostri vicini ed anche con gli altri membri della nostra chiesa.
Se sperimentate la potenza di Dio, dovete fare l'esperienza del suo perdono. Quando sperimentate il suo perdono, diventate una canale di amore al servizio di Dio. Questo amore è particolare. Non è identico all'amore che ci unisce a qualcuno a chi vogliamo bene, come per esempio il proprio coniuge. E' un amore particolare che trova la sua fonte in Dio che ci ha amati allorché eravamo ancora peccatori e ribelli ai suoi progetti. E' un amore che può far male, perché c'è un prezzo da pagare.
Dio rinunciò a se stesso, dette il suo Figliuolo.
Siete pronti a rinunciare a voi stessi, al vostro orgoglio o a qualcosa di buono e prezioso per voi? Questo vi renderà capaci di amare il vostro prossimo.

Salim Mounayir

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