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Il bene e il male

Derive di una riflessione rimossa

"Chi vuole fare l'angelo fa la bestia", diceva Pascal: dimenticando che porta il male in se stesso, l'uomo moderno sta perdendo il controllo del suo destino. E' urgente una nuova riflessione sul bene e il male.

Intervista a Jean-Claude Guillebaud, editore e saggista francese, autore di "Le gout de l'avenir" ("Il gusto dell'avvenire") nel quale tratta del posto del bene e del male nella nostra società.

Per quale ragione il male è stato rimosso dal campo della riflessione contemporanea?

Di maniera generale, tutti gli universitari, ricercatori o filosofi, avevano giudicato che la filosofia morale aveva cessato di essere interessante. In fondo, ce ne eravamo allontanati nell'interesse della filosofia pragmatica, utilitaristica. da diversi decenni, le nostre società moderne hanno finto di credere che la questione del bene e del male non si poneva più. Si tendeva a pensare che si trattasse di vecchie questioni morali o moralizzanti.
Ma diversi avvenimenti storici ci hanno turbato, che assomigliavano molto al male del quale parlavano i teologi: la violenza selvaggia dei conflitti del Libano, della Bosnia, del Kosovo, o la stravagante tragedia del Ruanda, alla quale abbiamo in pratica assistito in diretta grazie alla televisione.
In tutti questi conflitti, ognuno ha capito che non era più la politica che era in gioco, il combattimento nel nome di ideologie, o anche la competizione per il controllo del territorio. C'era qualcosa che assomigliava all'enigma del male. In questo contesto è sopravvenuto l'attentato dell'11 settembre. Da quel momento, delle interrogazioni sul male sono fiorite ovunque. Fra queste la riflessione del professor Jean-Pierre Dupuy, "Avions-nous oublié le mal?" ("Ci eravamo dimenticati del male?"). Siamo stati in uno stato di stupefazione, come se le società moderne fossero costrette di intraprendere molto velocemente una riflessione sul male, ontologica o teologica.
Non sappiamo più riflettere al male, perciò abbiamo tendenza a rispondervi in modo manicheo e rudimentale. Dei discorsi che ricordano un'eresia del II secolo appaiono un poco ovunque, che credono poter rispondere al male opponendovi un bene assoluto, una innocenza infarcita di certezze. Il famoso discorso di George W. Bush del gennaio 2002, nel quale evocava l'asse del male, ci ha fatto sobbalzare. Aveva probabilmente ragione nell'affermare che i terroristi incarnavano il male, ma ciò che era sbalorditivo, è che lui si definiva come il bene, brandendo una innocenza sterminatrice.

L'abbandono della riflessione sul male è anche una conseguenza dell'abbandono crescente della trascendenza e del divino?

Ciò fa parte dell'andamento. Lo possiamo attribuire allo stordimento che da qualche tempo è caratteristico delle nostre società moderne. Quello stesso che consisteva nel dimenticare che la spiritualità o la preoccupazione religiosa era consustanziale alla natura umana. Il discorso contemporaneo tendeva a credere che la spiritualità. il religioso erano degli arcaismi che la modernità, la tecnoscienza, la razionalità avrebbero progressivamente rimosso dalle nostre preoccupazioni. Tutto ciò è assurdo.
La spiritualità è un bisogno fondamentale dell'uomo. L'uomo è un animale religioso per definizione. Lo stiamo riscoprendo nel migliore e nel peggior modo, perché questa rimozione della spiritualità ne favorisce un ritorno sotto le sue peggiori forme, vale a dire gli integrismi, i fondamentalismi, le crispazioni, ecc.

Quali sono le conseguenze dell'abbandono della riflessione sul male?

Una società che non può riflettere, designare e esprimere dei valori comuni in funzione di una riflessione sul bene e sul male, essa può essere soltanto una addizione di individui, ognuno trincerato nella sua solitudine, il solipsismo, la sua particolarità. La società diventa nichilista, frammentata, ossessionata dalla violenza e dal disordine. Le società incapaci di fissarsi delle norme democratiche che designano il bene e il male, diventano repressive. Per tenere insieme, rimane solo il codice penale.
Assistiamo proprio a questo da diversi decenni. Le nostre società diventavano sempre più libertarie, e sempre più repressive. Non ci sono mai stati così tanti carcerati nelle prigioni americane, dieci volte più di trent'anni fa. Questa osservazione non è particolare solo agli Stati Uniti.
Una società che non può riflettere a ciò che è permesso e ciò che è proibito, alla norma comune. accettata collettivamente e democraticamente, interiorizzata da ognuno si "de-civilizza".

Non ci vuole una base comune per definire dei valori in modo collettivo, e questi riferimenti esistono?

Nel mio libro "La refondation du monde" ("La rifondazione del mondo"), ho cercato di esaminare ciò che mi sembrava essere i sei valori fondamentali che è impensabile non condividere nel cercare di ridefinirli. Avevano in buona parte un fondamento giudeo-cristiano, ma erano state laicizzate. Non era dunque indispensabile essere credenti per aderirvi. L'uguaglianza degli uomini, valore al quale crediamo, trova la sua radice nel monoteismo, e nella lettera ai Galati. E' lo stesso per la nozione di universalità, questa convinzione che vi sono dei valori comuni all'insieme dell'umanità, qualunque sia la cultura, e davanti ai quali le differenze culturali devono capitolare. Non si può difendere qualsiasi cosa nel nome della tradizione.
Questi valori erano minacciati dal nostro disinteresse, dalla nostra negligenza. E' urgente riportarle a casa nel nostro spirito.

In questi valori laicizzati, il bene e il male erano stati anch'essi dimenticati?

Difficile da dire. Erano stati rimossi. Le nostre società moderne sono ossessionate dal bisogno di innocenza. Cercano continuamente di discolparsi che si tratti di denaro, di sesso, ecc. L'uomo moderno rifiuta con le ultime energie qualsiasi idea di colpa, di peccato originale, questi arcaismi che non hanno senso ai suoi occhi.
Sembra fondamentale che se il male esiste, non è solo fuori di noi stessi, ma anche in noi. Ogni individuo è in connubio con il male. Preoccupato solamente dalla sua innocenza, avrà la tendenza di considerare il male come essendo all'esterno, nell'altro. In questo caso, sarà facile, si crede, di elimare il male sterminando l'altro. A troppo volere essere innocente, a volere troppo ricusare il rapporto di ognuno con il male, si arriva molto presto a designare l'altro come un mostro.
Bisogna dunque stare attenti alle società e individui che si proclamano innocenti. Ci siamo dimenticati che ognuno di noi è capace di essere un criminale, un mostro. Oggi si tende a credere che i criminali, i pedofili, i serial killers sono fuori umanità. La lezione che ho ritenuto dal mio lavoro di giornalista per venti anni, nelle guerre, le rivoluzioni, questa è che qualsiasi uomo è capace di diventare mostruoso, boia. La ragione per la quale il male è un enigma che sollecita la nostra riflessione in ogni momento.
Grazie a Dio, questa riflessione sta iniziando. Diversi pensatori vi si avvicinano, negli ambienti religiosi ma anche in quelli laici.

La riflessione non è dunque rinchiusa nei salotti filosofici?

Credo che le persone sono ben consce che le società vivono un mutamento importante quanto quello del secolo dei lumi, il Rinascimento o la fine dell'Impero romano. Davanti a questa biforcazione, esprimono dinamismo nella loro curiosità. C'è più ottimismo di quello che si pensa, anche se il fatto di entrare in un nuovo mondo comporta il suo carico di inquietudini.

Quali cambiamenti possiamo sperare?

Speriamo che gli uomini riprendano fiducia nella loro capacità di agire sul loro proprio destino. Questo è un elemento centrale del mio ultimo libro, "Le gout de l'avenir": dobbiamo riconquistare il convincimento che siamo noi che costruiamo la società di domani, e rompere con il pessimismo di chi pensa che non si può fare niente, che siamo debitori dell'economia o della tecnoscienza. La priorità consiste nel reagire a questo discorso della rinuncia che ci riduce ad essere dei consumatori e dei telespettatori, vale a dire, in fondo, dei bambini.

La Bibbia annuncia dei tempi nei quali si considererà il bene come male e viceversa. Da parte Sua, Lei parla di un altro mondo, di un'altra civilizzazione. Cosa dice ai portatori di valori del bene e del male dimissionari come gli altri?

Capisco che delle persone possano sperare la fine dei tempi. Colpisce vedere che l'apostolo Paolo pensava vedere di vedere la fine dei tempi e che rifletteva in una prospettiva apocalittica, ma nel senso vero del termine (di rivelazione). Ma questo costituisce un argomento sufficiente per disinteressarsi delle sofferenze di oggi, delle nuove dominazioni e ingiustizie, per rifiutarsi di agire in questo mondo nell'attesa dell'altro regno? Credo che si possa vivere nell'attesa della fine dei tempi senza abbandonare il mondo ai cattivi, come lo dicono anche i Salmi.


(da "L'Avènement")