chiesa evangelica peschiera

La facile attrazione del peccato

Il peccato è una questione di disciplina, ecclesiale,
etica o psicologica per dei cristiani ritenuti di aver girato pagina?
E se esistesse una pedagogia del peccato?


Nel momento in cui inizia un anno nuovo, le buone risoluzioni abbondano e promettiamo il meglio a noi stessi. Spesso queste risoluzioni si sciolgono presto come neve al sole. Ma quella di "mancare il bersaglio", senso etimologico che ci ricordano i teologi, è una fatalità? Saremmo dunque dei peccatori inveterati! Da questa constatazione deprimente sorge la domanda: perché siamo così tanto attratti dal male?

Un problema senza soluzione?

Una prima risposta del teologo Sylvain Romerowski arriva tagliente e brutale: siamo inclini al peccato perché siamo peccatori fin dal nostro concepimento (la Bibbia, libro dei Salmi, 51.7). La prima colpa di Adamo ha delle conseguenze per tutta l'umanità in virtù di un legame di ascendenza che ci lega a lui: egli ha fatto entrare il peccato nel mondo e il peccato vi ha fatto da allora la sua dimora (la Bibbia, lettera ai Romani, 5.12). Allo stesso tempo, l'apostolo Paolo sottolinea nello stesso testo che tutti hanno peccato:
ciascuno di noi ratifica per se stesso, in qualche modo, la trasgressione di Adamo; ognuno la riprende a proprio conto, attraverso il suo proprio peccato personale.
Anche se biblicamente giustissima, questa situazione è comunque molto dolorosa e potrebbe portare alla disperazione: non possiamo farci un gran ché... Anche l'apostolo Paolo doveva combattere con questo dualismo in lui. Sapeva cosa era il bene, ma non riusciva a farlo, mentre il male che odiava, non poteva impedirsi di farlo! Romerowski aggiunge: "E' da sottolineare che lo stesso tipo di legame di solidarietà nel peccato unisce i credenti a Cristo, ed è ciò che permette loro di beneficiare della sua morte espiatoria e di sfuggire alla condanna nella quale incorrono per le loro colpe" (la Bibbia, lettera ai Romani, 5.15-19).

Dare un nome al male

Quando, davanti alla pagina bianca di un nuovo anno, ci proponiamo delle buone risoluzioni , teniamo conto dell'ascendente del male su di noi? E, soprattutto, decidiamo di vincere questo male che, speso, non vogliamo chiamare peccato?
Il pastore metodista Etienne Rudolph dichiara che "oggi c'è un vero problema di società quanto al fatto di dare alle parole il loro vero significato! Abbiamo sempre la tendenza a volere addolcire, a ricorrere a degli eufemismi. Osare parlare di peccato è il solo modo di inserire nozioni come quelle della grazia e del perdono! Anche se questo deve passare attraverso parole come pentimento e umiliazione, ma anche responsabilità. E qui c'è un secondo errore: l'autogiustificazione." Etienne Rudolph aggiunge: "Sarebbe forse la secolarizzazione della chiesa che ci porta a non osare parlare di argomenti che danno fastidio? Se ci sono delle vere colpevolezze, ce ne sono purtroppo anche della false. Il cristiano non dovrebbe avere paura di vivere la coerenza fra ciò che dichiara di credere e ciò che vive quotidianamente... Sembra che l'ignoranza permetta l'assenza del peccato: questo è un errore teologico molto grave! Non sapere non ci rende innocenti. In questo ambito la neutralità non esiste!"
Che soluzione pratica ci propone questo pastore metodista? Egli ci segnala una pista: "Possiamo parlare, anche troppo a volte, del peccato, mentre ciò che interessa Dio non è il peccato ma la vita (con una grande V) e il mezzo per venirne fuori. Lì risiede la responsabilità personale."

La parte dell'uomo

Arriviamo così al ruolo dell'uomo. Il pastore Potenti ci spiega: "Credo che la prima "responsabilità", anche se questa può venirci solo dallo Spirito di Dio, è il pentimento, accompagnato da una vera volontà di rinuncia. A questo deve accompagnarsi la disciplina attraverso la quale evitiamo di metterci in situazioni di debolezza (tentazione, ecc.). C'è poi la dimensione della fede: capita come una presa di posizione interiore attraverso la quale confessiamo e proclamiamo la nostra posizione. Non possiamo nascondere anche la parte della preghiera, della ralazione d'aiuto, il bisogno di accompagnamento, a volte la preghiera di liberazione quando si tratta di un legame spirituale. In tutto questo c'è la grazia che opera in modo misterioso. Aggiungerei questo alla nozione di pentimento: deve essere "gioioso", volontario, e non vissuto come una privazione. Qui tocchiamo l'aspetto del rinnovamento dell'intelligenza che ci fa prendere coscienza delle concupiscenze ingannevoli e ci fa percepire la vontà di Dio come essendo desiderevole."
La presa di coscienza di cui parla il pastore Potenti deve andare oltre il tempo di quelle risoluzioni presto dimenticate, o sovrastate dagli eventi opprimenti. La gran parte dei responsabili evangelici deplorano ciò che bisogna pur chiamare compiacimento con il male ambientale. La vigilanza viene malmenata. Perciò il Potenti aggiunge una riflessione appropriata: "Per quel che riguarda la coscienza smussata, credo che questa sia la vera questione. Abbiamo perso il senso della radicalità nei confronti del peccato; è una manifestazione in crescita dell'assopimento spirituale."

La pedagogia dell'errore

L'obbiettivo sembra irraggiungibile visto la nostra natura così attratta dal lato oscuro delle cose, e fallire sembra naturale (quel naturale che cacciamo via e che ritorna al galoppo).
Un barlume di speranza ci viene proposto da Michel Paya, insegnante in pensione, che immagina la vita cristiana come l'apprendimento di un alunno nel suo programma scolastico: "Lo sbaglio fa parte del processo di apprendimento, è utile al progresso. A questo stadio, l'errore non è una colpa. Invece quando l'apprendimento è considerato concluso, l'errore è sanzionato da un brutto voto: ma, anche quel punto, questo non dovrebbe essere traumatico; in effeti è possibile che si sia pensato troppo presto che l'aprrendimento fosse terminato. Nella vita, e nella vita cristiana, quando finisce l'apprendistato? Quand'è che non facciamo più errori? Spesso si giudica colui che commette uno sbaglio evidente invece di incoraggiarlo a dire: "mi sono sbagliato".
In questo senso, il peccato, la nostra incurabile condizione umana, non ci impone in modo continuo, e per la nostra salvezza, la dimostrazione della nostra dipendenza da Dio?

 

La parola del biblista

L'uomo vuole diventare la misura di ogni cosa

Cos'è il peccato se non la ribellione contro Dio, quella volontà di affrancarsi da ogni dipendenza nei confronti di Colui che è l'ultimo con chi dovremo confrontarci? Dallo sbaglio in Eden, il terrestre nutre il desiderio di diventare la misura di ogni cosa. Ma affrancandosi dal suo creatore giusto e benevolo, egli non cessa, per questo, di credere. Perché per trovare senso nell'universo, c'è bisogno di un punto di riferimento... possibilmente infinito! Crede dunque in altre cose: idoli, ideologie, l'uomo...
Diventando la sua propria finalità, l'uomo non ha nessun'altra preoccupazione se non quella di cercare il proprio interesse. Essere unico e di buona volontà, egli è comunque prigioniero dei suoi desideri e della sua concupiscenza. Essere di dignità, è incline al peccato, a non vedere e riconoscere né Colui col quale dovrà alla fine confrontarsi né il suo prossimo, anche il più vicino.


Peccati che vanno di moda

Due "capricci" della nostra era, l'attivismo e il consumismo, nuocciono alle relazioni umane e alla ricerca di senso. Essere sociale, l'uomo viene influenzato e condizionato dalla società alla quale appartiene. La pressione sociale, legata al nostro tempo caratterizzato dall'immediatezza, può portare l'uomo a sprofondare in tutti gli ambiti della sua vita, compresa la spiritualità. Come proteggersi da questo contesto che incoraggia il peccato?

Ozio e attivismo sfrenato: le due facce di uno stesso problema

La constatazione è facile: di più, sempre di più, sempre più velocemente, sempre meglio! Ci troviamo proprio nell'era dove tutto si fà col clic di un mouse. La postmodernità genera un largo spettro di problemi sociali. Alcune persone cadono nell'ozio, altre cercano di rifugiarsi in un ammucchiarsi di lavoro. Che si tratti dell'ozio o del sovraccarico di occupazioni, ci troviamo di fronte ad una antonimia dello stesso problema.
Quali possono essere le conseguenze di un ozio pregnante o di una attività sfrenata e alienante sullo psichismo umano? L'ozio è profondamente nefasto. Colpisce l'uomo con una mancanza di riconoscimento, una svalutazione, una incapacità nel sovvenire ai propri bisogni e a quelli dei propri familiari. L'ozio fa entrare in un ingranaggio: disturbo del sonno, degradazione delle relazioni con gli altri, depressione...
Il detto popolare: "l'ozio è il padre di tutti i vizi" è siginificativo. Nel caso del re Davide, ha portato all'adulterio e poi alla morte del marito di Bath-Sheba (la Bibbia, secondo Libro di Samuele, cap. 11). Ma il sovraccarico di lavoro è ugualmente responsabile di numerose deviazioni. Possiamo stabilire una constatazione sulle conseguenze distruttrici del sovraccarico di lavoro: il prezzo del lavoro eccessivo è terribile. Relazioni infrante, tristezza e solitudine, divorzio, alcolismo, droga, crisi cardiache e lo scatenarsi di altre malattie. Di tanto in tanto è necessario prendere in modo cosciente dei periodi di riposo e rompere così il ritmo frenetico che ci impone la società. Anche Dio si riposò nel settimo giorno della sua attività creatrice. Perché dovremmo credere allora che il mondo crollerà se non lavoriamo 24 ore al giorno, 7 giorni su 7?
L'immediatezza di tutto ciò che è acquisito permette all'ozioso come allo stressato di afferrare ogni cosa senza riflessione, senza distacco, senza analisi. Diventa facile, in questo modo, soddisfare tutti gli appetiti visto che tutto si trova a portata di mano, tanto più che le resistenze personali sono smussate dalla noia, dalla voglia di gustare qualcos'altro, di sfuggire a una realtà diventata insopportabile o che fa paura. Lo dice anche qualche psicologo: è per sfuggire a questa paura che l'uomo si evade nel male (pornografia, alcol, cioccolata, ecc.)

Una disciplina positiva

Una soluzione per vincere i cattivi desideri che ci animano potrebbe trovarsi nell'autocontrollo stimolato dalla sete della conoscenza di Dio. La disciplina, nel senso in cui viene generalmente intesa, non frena soltanto i cattivi desideri, ma anche la passione che ci anima. Ci condanna a fare una vita che soffoca qualsiasi energia interiore, sotto pretesto che questa si manifesta spesso in direzioni sbagliate. Questo tipo di disciplina genera rigidità. Al contrario, dobbiamo accettare questa energia interiore. Immergere i nostri sguardi in fondo al nostro essere profondo rigenerato da Dio, e nelle aspirazioni segrete del mio cuore, posso scoprire ciò che voglio veramente. Questo significa ricercare Dio come "la cerva agogna i fiumi di acqua viva".
Ecco una proposta di cammino per imparare a controllarsi in vista di una migliore conoscenza di Dio.
Un tale procedimento è frutto della libertà, e permette di evitare la concentrazione sul male da controllare: ciò diventerebbe fonte di diniego e di legalismo.

 

Idee semplici per chi vuole venirne fuori

La riprensione fraterna

Avere uno o più partner di preghiera dai quali accettiamo, in virtù di un reciproco accordo fatto precedentemente, un diritto di intromissione e di rimessa in questione sui nostri lati deboli; la confessione dei peccati è un elemento essenziale di questa dinamica.

Coltivare la comunione con Dio

La preghiera, la proclamazione e la meditazione di versetti biblici, il canto, un comportamento basato sull'amore per il prossimo: tutte queste cose gli antichi le chiamavano "mezzi di grazia". E' la presenza divina, più della nostra propria determinazione, che è la migliore fonte di forza contro il "vecchio uomo".

Mai scusare

Le proprie tendenze cattive non vanno mai scusate. Al contrario, bisogna imparare a denunciarle in modo semplice e immediato per evitare di abituarvisi, lasciando la porta aperta a delle convinzioni errate sul peccato che ci portano a non vederlo più.

 

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